Tarja – Queen at the Opera

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In occasione della imminente data fiorentina del tour di Tarja rispolvero le gesta e la produzione discografica della principessa finnica, per prepararmi adeguatamente alla resa live. Chiaro che il piatto forte sarebbe qualche estratto dal periodo ’97 – ’04 dei Nightiwsh, perché i lavori solisti made in Turunen sono gradevoli ma francamente nulla di eccezionale (…ma ci arriverò tra un po’). Tutto ha inizio il 17.8.77 quando, nella Carelia settentrionale, a Kitee (9000 abitanti appena), la piccola Tarja Soile Susanna Turunen giace in fasce riscaldata dal caldo alito del bue e dell’asinello. Eh…addirittura! Respira musica da subito, prendendo lezioni di piano (a 6 anni ne riceve in regalo uno) e canto corale. Indovinate un po’ chi le insegna pianoforte? La mamma di Tuomas Holopainen. Si diletta pure con il flauto traverso, la chitarra e la batteria. La sua voce diventa lo strumento a cui si dedica con maggiore esercizio ed impegno a partire dai 13 anni; da Whitney Houston alla lirica il passo è brevissimo, e passa per l’innamoramento per Il Fantasma dell’Opera. Quindi il Conservatorio (diploma col massimo dei voti), l’Accademia Musicale di Kuopio (che interromperà per portare avanti la sua carriera rock) e la consacrazione a soprano.

A 19 anni, nel ’96, è tra i fondatori dei Nightwish – ricordiamocelo questo passaggio, non è la squinzia belloccia assoldata all’ultimo per fare la donna immagine sul palco, è un membro fondatore della band al 100% – naturalmente assieme al figlio della sua prima insegnante di canto, Tuomas Megalo Giuda Holopainen. Appena un anno e arriva il debutto discografico Angels Fall First. Il disco è già buono, buonissimo, ma il detonatore dell’esplosione del gruppo è il successivo Oceanborn (’98), un album superlativo e che personalmente ritengo il capolavoro insuperato dei Nightwish, nonché il disco con il quale li ho conosciuti. Parallelamente, Tarja si esibisce come cantante d’opera in festival, eventi e contesti più “istituzionali”; si iscriva alla Hochschule für Musik di Karlsruhe, dove sconta la sua militanza in un gruppo metal (snobberia tedesca). La produzione discografica dei Nightwish veleggia alla grande, un successo dopo l’altro; il loro stile diventa fondativo, la loro intuizione di fondere così sinergicamente metal e canto operatico fa scuola. Nel frattempo Tarja si sposa con Marcelo Cabuli, business man argentino. Non sarà un passaggio indolore. Cabuli verrà visto come la Yoko Ono o la Gloria Cavalera della situazione, un avido faccendiere che si metterà di traverso nel rapporto (soprattutto contrattuale) tra i Nightwish e la loro fatina del regno di Frozen, spingendo per una (eccessiva) emancipazione di Tarja, e conseguentemente rivestendo un ruolo decisivo nella rottura tra le parti. Questa perlomeno la campana suonata da Holopainen e soci in merito al patatrac occorso nel tremebondo ottobre del 2005.

Per la festa del giorno dell’Indipendenza finlandese (dicembre 2003), la Presidente della Finlandia (Tarja pure lei, ma Holonen), invita la Turunen a palazzo a Helsinki, dove, fra le tante, Tarja viene salutata come la “donna meglio vestita della serata”. Per dire il livello di glamour. Tra il 2004 e il 2005 i Nightwish girano il mondo in tour con Once, il loro album più ambizioso e magniloquente realizzato sin lì. E arriviamo al 21 ottobre, data dell’ultimo concerto del faraonico tour, quando la band – dopo il rituale abbraccio collettivo di fine esibizione – presenta una letterina a Tarja (pubblicandola contemporaneamente sul proprio website) nella quale si parla di “cambiamenti di atteggiamento”, di “eccessivo interesse per il denaro” e altre simpatiche amentià, conseguentemente alle quali il gruppo si vede costretto a licenziarla. Tarja controribatte con una sua missiva, difendendosi e rispedendo le accuse al mittente. La frattura però è insanabile. A partire dallo stesso anno Tarja prosegue ad esibirsi dal vivo, da solista, cantando un po’ di tutto, ma il suo vero esordio come artista solista (metal sinfonica) avviene nel 2007 con My Winter Storm, contestualmente al lancio di linea di gioielli in argento che porta il suo nome (arrotondare non fa mai male). Da allora e fino ad oggi si sono succeduti 6 dischi, tra i quali Ave Maria – En Plain Air (di sola musica classica e dalle tematiche evidentemente poco metal) e la coppia The Brightest Void/The Shadow Self, dove il primo funge da prequel del secondo (e in verità ci sarebbe anche da considerare un album natalizio in finlandese uscito nel 2006).

Brutto il modo in cui è finita l’avventura Nightwish, l’era Turunen (End Of An Era è il live che sancisce la fine della collaborazione). Su Tarja sono state rovesciate accuse pesanti, anche facili, diciamolo; data la sua regale presenza scenica, il suo physique du role, non è stata impresa ardua raccontare ai fans che la Diva era troppo esosa. Forse quello che è scritto nella lettera della band è tutto vero (si adombra anche la volontà di Tarja stessa – mai smentita dalla diretta interessata – di smettere dopo un altro ultimo disco), forse in parte, forse per niente, chi può dirlo. Di per sé non è neppure interessante. Quello che all’epoca realizzai immediatamente fu che:
1) avrei sicuramente perso una band che amavo molto, nonostante l’ultimo Once fosse il peggior parto in carriera e mostrasse già una preoccpante deriva verso la logorrea e l’autocompiacimento;
2) nessuna né in cielo né in terra sarebbe stata in grado di sostituire Tarja, quindi o la band avrebbe fatto un accrocchio oppure avrebbe cambiato nettamente rotta di navigazione;
3) il coinvolgimento crescente di Marco Hietala come cantante aveva avuto un ruolo in tutto questo, ed in parte rispondeva già al punto numero 2;
4) Holopainen era sempre più padre padrone della band e del suo songwriting, e la cosa non mi piaceva per niente.

Quando hai un cigno rarissimo a disposizione e decidi di sostituirlo con un grizzly qualcosa non quadra. Dal suo ingresso con Century Child, l’incidenza di Hietala sul comparto vocale diventava sempre più ingombrante, mangiando sempre più terreno a Tarja. Come avere in formazione un Pallone d’oro ma preferirgli un discreto centrocampista. Quale era il senso? Da un punto di vista artistico non ne aveva nessuno, ma alla luce dei contrasti personali e caratteriali quella fu la soluzione ad ogni problema. Ora, il punto non è quanto fosse e sia valido Hietala e quanto possa piacere o meno, non è un musicista malvagio, ne sono consapevole, sa il fatto suo e nei Tarot andava benone. Pensare che professionalmente non fosse un suicidio liberarsi di una silfide e vivacchiare con un troll francamente è curioso. Viene chiamata Anette Olzon a sostituire Tarja, più per necessità di dare in pasto ai fans una nuova frontwoman che per reali esigenze creative avvertite dal gruppo. La Olzon è stata né più né meno che il corrispettivo di Blaze Bayley nei Maiden. Un elemento totalmente avulso ed eterogeneo rispetto alle atmosfere ed al profilo della band (cosa chiarissima ai Nightiwish fin dall’inizio), usato biecamente per tamponare una situazione emergenziale e gettato via come uno straccetto non appena il mercato ha fornito pezzi più pregiati (Floor Jansen). In tal senso Anette mi ha sempre fatto una gran simpatia (come Bayley), è stata la persona sbagliata nella band sbagliata al momento sbagliato, il capro espiatorio contro cui tutti si sono accaniti, immeritatamente. E nonostante ciò, ne è uscita fuori da gran signora.

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Da un punto di vista prettamente strumentale i Nightwish nel frattempo sono diventati un molosso insostenibile. Una colonna sonora ambulante, di un film per altro mai uscito al cinema. Da Once in poi la band non ha pubblicato più dischi contenenti canzoni, ma fanfare tronfie, pompose e incuranti dei fisiologici limiti di resistenza del pubblico. Golem di una pesantezza e di un barocchismo tali da far concorrenza all’arredamento della Trump Tower o delle residenze di caccia invernali di Putin, da qualche parte nella steppa. Dischi del tutto inascoltabili a patto di non voler affogare in un mare di note prolisso e ridondante (mai una scaletta sotto i 70 minuti). Per carità, fin dall’esordio i Nightwish sono stati una band sinfonica e operatica, ma da lì a trasformarsi nella colonna sonora di Harry Potter ce ne corre. In questo contesto, My Winter Storm arriva come una boccata di aria fresca, un drappello di brani ascoltabili senza il Maalox a portata di mano. Fin da subito, a parer mio, Tarja mette prtò in evidenza un limite. Così come i Nightwish non hanno più una frontwoman del carisma e del talento di Tarja, lei non ha più alle spalle dei musicisti efficaci ed incisivi come i suoi ex compagni (perlomeno fino al 2002). Tarja si convince che la sua sola presenza sia condizione necessaria e sufficiente a rendere un album qualitativamente appetibile; o comunque sia fa di necessità virtù; tuttavia non è così semplice. Realease dopo release, il mordente delle composizioni scema. Non che non ci siano motivi di interesse in ogni suo lavoro; eleganza, accuratezza, talento vocale; sono puntualmente presenti ogni volta, dei veri punti fermi del marchio Tarja. Fatti salvi questi cardini però, non mi è parso trattarsi di dischi realmente significativi, di sostanza, così interessanti da essere riascoltati magari anche tra qualche anno (per dire, il primo di David Lee Roth dopo i Van Halen, oppure Holy Diver dopo le esperienze con Rainbow e Black Sabbath sono pietre miliari eterne ed inamovibili). Dietro Tarja insomma ci sono bravi turnisti, ma non c’è una band coesa, motivata, lanciata verso un orizzonte condiviso come lo erano (stati) i Nightwish (prima di litigare).

Tarja appare anche un po’ indecisa sull’effettiva militanza ed appartenenza al contesto metal. La sua natura sembrerebbe doverla portare altrove, ma un certo calcolo assai più pragmatico le dice che scrollarsi completamente di dosso l’appartenenza a quel mondo che le ha dato fama, soddisfazioni economiche e professionali, potrebbe non essere una decisione lungimirante. Così i suoi album navigano in acque di confine, pescando un po’ qua un po’ là, senza spingersi del tutto in mare aperto, e inquadrando questa attitudine in una certa qual forma di “sperimentazione” rock operatica. La baracca per ora regge, Tarja non ha mai tirato fuori un nuovo Oceanborn ma neppure è è caduta rovinosamente, il livello è dignitoso, e spesso e volentieri anche qualcosa di più. Credo che vederla dal vivo aggiungerà sicuramente un quid al progetto Tarja. L’esibizione dal vivo, la sua voce “vera”, pulsante, i costumi di scena, il cromatismo che l’accompagna in ogni album, insomma sarà uno spettacolo magari un po’ diverso dal tipico concerto metal e questo è un bene (almeno per quanto mi riguarda). Sono inoltre pronto a riascoltare e riconsiderare ogni singola nota, alla luce del tempo trascorso che può sempre riservare sorprese. E non nego che col passare degli anni (ma soprattutto dopo aver ascoltato i rispettivi album), la simpatia tra i due pianeti della galassia Nightwish si sia distribuita in modo inversamente proporzionale tra le parti.

Si, ma insomma Benbow, sui dischi dei Nightwish cosa hai da dire? Presto fatto:
Angels Fall First: è un debutto, quindi ha ancora le sue acerbità, ma è davvero appetitoso, il songwriting offre pezzi di gran valore, per me ci sono già dei classici della band tra questi solchi. E riascoltato anche a distanza di anni, e alla luce della “evoluzione” dei Nightwish, acquista ancora più valore per la sua efficacia e immediatezza. Ad averne oggi di album così da parte di Giuda Holopainen e dei suoi tanti epigoni.

Oceanborn: sublime, impressionante, il climax, l’apice compositivo che bilancia alla perfezione i vari elementi costitutivi del sound Nightwish. Potente, elegante, “classico”, immaginifico, narrativo, emozionante, profondo. Il caposaldo del symphonic metal operatico, a mio modesto avviso.

Wishmaster: il vero cambio di registro prende avvio da qui. Se lo ascoltate bene non è semplicemente l’album “dopo” Oceanborn, non è solo più ricco, più abbondante, più enfatico. C’è proprio una variazione del DNA della band, che sposta il focus dal metal al sinfonismo gonfio, retorico e teatrale. Sono le basi per il cambio di pelle che si appaleserà da Once in su. Detto questo – e quindi sottolineato che, a mio gusto, toglie una fettina di interesse verso la band – è comunque espressione di un momento creativo ancora vigorosissimo, tant’è che di canzoni ottime è pieno.

Century Child: c’è una minima flessione. Secondo me è meno ispirato dei precedenti ma si salva col mestiere. La scaletta non regge il paragone con la produzione precedente e alterna vertici a cali di tensione, ma si tratta comunque di un lavoro godibilissimo che tiene ampiamente a galla il marchio di fabbrica. Entra in formazione Hietala, e si sente subito puzza di bruciato.

Once: l’indigestione. Holopainen è senza redini, fa e disfa. La band cambia natura, si trasforma in un musical barocco verboso, sovraccarico, bizantino, declamatorio. Oltrettutto ricorrendo anche a mezzucci, come Wish I Had An Angel, un pezzo che potrebbe indifferentemente essere suonato ad un concerto metal come in un dancefloor di Ibiza, il classico tormentone acchiappa tutti che indica plasticamente la volontà della band di pescare dal pubblico più ampio (e di bocca buona) possibile. Hietala imperversa, Tarja è a disagio. Altro che puzza di bruciato, l’arrosto è servito in tavola!

– Dopo Once: no grazie, preferisco vivere. Ma faccio mettere a verbale che il singolo scelto per presentare il disco ai fans è Bye Bye Beautiful con il quale, sotto le mentite spoglie di una tormentata storia d’amore, la band si leva qualche sassolino dalle scarpe nei confronti di Tarja. Accanimento e fastidio.

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